Il 22 Maggio con la festa diocesana della famiglia, a conclusione del cammino di formazione e spiritualità curato dal nostro vescovo, Mons. Luigi Moretti, in collaborazione con l’ufficio di pastorale familiare, abbiamo ricevuto un bagaglietto spirituale, dal quale abbiamo attinto per la riflessione durante questi mesi estivi.

Egli ci ha detto che “per sostenere la famiglia, senza la quale non si va da nessuna parte, dobbiamo rinnovare l’impegno di lavorare in sinergia per sentirci parte dell’unica Chiesa, questo, ovviamente, presuppone un cammino insieme, nel rispetto della molteplicità dei carismi, perché la complementarietà permette che nulla vada perduto e che, lavorando nella corresponsabilità, la nostra esperienza di fede serve a far crescere l’esperienza della Chiesa”.  

 

  Egli ha chiesto al nostro laicato cattolico di “diventare protagonista nella missione della Chiesa, quella cioè dell’evangelizzare, dell’aiutare le persone a crescere nel rapporto con il Signore. Ha auspicato che ci sia un impegno a far nascere, generare nuovi cristiani, a far crescere, allargare il numero di coloro che possono farsi discepoli del Signore. Ci ha esortati a uscire dalla pigrizia, dalla logica dall’accontentarsi. Dobbiamo – dice - diventare alternativi, non dobbiamo permettere che nelle nostre famiglie Gesù venga messo nel Pantheon insieme agli altri dei.

Le famiglie oggi sono disorientate, si soffre la divisione e lo stress, ormai nostro fedele compagno, non ci permette di vivere la bellezza del semplice stare insieme. Oggi più che mai nella nostra storia umana abbiamo bisogno di ritrovare in noi l’amore e l’abbraccio di Dio Padre.  In molte famiglie, grazie a Dio, è ancora accesa una flebile lucina, quella della fede, ma è troppo debole, e bisogna fare attenzione che il tornado mondano non la travolga

L’Opera di Maria Vergine e Madre, da tanti anni impegnata sul fronte dell’evangelizzazione, si è sentita e si sente incoraggiata a continuare con più entusiasmo la sua missione di visitare quotidianamente le famiglie con la peregrinatio Mariae, la recita del S. Rosario e la meditazione della Parola di Dio.

La pietà popolare, che è un’esperienza molto presente, molto forte - ci ha ricordato il nostro Vescovo - è una ricchezza dalla quale, però, bisogna che non rimangano fuori le nuove generazioni.

 

Siamo chiamati a rimetterci nella prospettiva che il Signore è per tutti.

Noi, Apostoline, ogni giorno sperimentiamo quanto sia necessario per le famiglie potersi fermare per un po’, staccare dalla routine quotidiana, per riposare “dall’inquinamento acustico”, per respirare un po’ di “ossigeno”, per ritrovare cioè Gesù, che ci invita: - “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò” (Mt 11,28).

  Carissimi fratelli dell’Opera, dobbiamo continuare il nostro pellegrinaggio con Maria S.S., dobbiamo accompagnarla, oserei quasi dire darle un “passaggio”, per raggiungere i suoi cari figli, che l’accolgono con affetto filiale, provvede Lei a bussare, per farsi aprire.  Noi siamo come i servi alle nozze di Cana, dobbiamo fare semplicemente quello che “Gesù ci dirà”, provvederà Lui stesso a trasformare l’acqua della superficialità, dell’indifferenza, della stanchezza, della divisione, dell’infedeltà in vino della Grazia.

Quando nella famiglia qualcuno prega, coinvolge indirettamente ed inevitabilmente anche i membri più chiusi al discorso di fede. Anche i ragazzi tornando a casa si ritrovano a porsi degli interrogativi, a riflettere, fosse anche per contestare.

Con il sacrificio di Gesù sulla croce Dio ha realizzato la sua alleanza con noi: “Io porrò le mie leggi nei loro cuori, e le imprimerò nella loro mente…” (cfr. Eb 10,16). Siamo battezzati, nel nostro D.N.A. spirituale è scritto che siamo figli di Dio e come figli ci sentiamo intimamente protesi verso il Padre. E’ la grazia di Dio che, nel nascondimento, opera nei cuori!

 

 La presenza di Gesù rende la nostra famiglia, una Chiesa domestica, il cui tabernacolo trova collocazione nei nostri cuori, perché Gesù stesso ha detto che “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Quando Gesù torna ad abitare nei nostri cuori, attraverso la preghiera e l’ascolto della sua Parola, è inevitabile che quella “flebile lucina” riprende vigore, si riaffacciano la speranza e la consolazione di essere stati ripresi per mano dal Signore.  Rinasce il desiderio di rimanere con Gesù ed è questo il momento in cui si deve abbandonare la superficialità e cominciare a vivere una fede più adulta. Dobbiamo invitare le nostre famiglie a ritornare alla Parrocchia, la nostra “casa genitoriale”, nella quale i nostri cari sacerdoti hanno ricevuto dal Signore l’onore di amministrarci il “prezioso tesoro della Sua Grazia”, attraverso i Sacramenti nella vita liturgica.

 Non dobbiamo temere se non siamo perfetti cristiani e bravi oratori, “non siamo noi a parlare ma è lo Spirito del Signore che, se lo amiamo, abita in noi”. 

  Certamente la formazione è necessaria ma, come ha sottolineato il Vescovo, questo non significa essere persone colte e bravi oratori, non siamo chiamati a fare discorsi accademici. I grandi discorsi non riempiono il cuore. Dice S.Paolo i Corinti: Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (I Cor 2,3).

Noi sappiamo bene che la sapienza di Gesù è la sapienza della Croce e quindi la sapienza dell’amore. Gesù parlava in parabole e alla sua sequela non ha chiamato i rabbini del Tempio ma dei semplici pescatori e padri di famiglia, questi sono stati ammaestrati dallo Spirito e additati a noi come testimoni e maestri, santi strumenti nelle mani di Dio. Il nostro massimo “studio” deve essere la preghiera, la meditazione quotidiana della Parola di Dio, la confessione periodica, l’Eucarestia, il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’esempio dei santi, la partecipazione costante alle catechesi parrocchiali dei nostri sacerdoti e l’umile sottomissione ai loro consigli.   In breve dobbiamo vivere la nostra quotidianità, le cose ordinarie in grazia e in comunione con il Signore. Quando evangelizziamo non portiamo noi stessi ma Gesù, il suo perdono, la sua pace, il suo abbraccio, la “consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio”. Come dice il nostro Vescovo, dobbiamo essere buona notizia, capaci di testimoniare un Gesù presente, risorto, glorioso, che affascina, che invita, che risponde a quelle che sono le esigenze di oggi. Impegniamoci! Per il resto rimettiamo le nostre ansie, le nostre preoccupazioni, le nostre debolezze nelle mani di Dio, perché come dice S.Paolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere.  Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro.

 Siamo, infatti, collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. (I Cor 3,6).

Ed allora collaboriamo con il Signore nella semina e nella costruzione della civiltà dell’amore, e mieteremo con Gesù frutti d’amore e di salvezza per la vita eterna.

                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                      

 

                                                                                                                                                                                                                     Sorella Elisabetta.